venerdì 18 dicembre 2009

NATALE E'......... Tra atmosfera, usanze e tradizioni, usanze gastronomiche a Napoli e ...non solo





PRESENTAZIONE AL VIDEOIl video che sottopongo alla vostra attenzione è scaturito da una ricerca fatta in occasione del Natale insieme ai miei alunni di quinta classe, nell’ultimo anno scolastico in cui sono stata in servizio (2006/07).
Esso era stato realizzato in Presentazione utilizzando il programma Power Point, ma per l’occasione ho eliminato qualche diapositiva e ho trasformato quelle restanti in immagini (IPG), in modo da poter creare un video e poterlo postare qui nel blog.
Il percorso del lavoro si snoda attraverso tre tematiche:
• Atmosfera tra….. Passato e Presente….nel mondo e a Napoli
• Usanze e Tradizioni in…. Europa, Italia e Napoli
• Usanze Gastronomiche…..qua e là nel mondo e a Napoli.

BUONA VISIONE E ANCORA…
….TANTI AUGURI DI BUON NATALE!!!!!!

UN CONSIGLIO UTILE
Poiché le scritte contenute in ciascun fotogramma del video sono piuttosto lunghe, consiglio, almeno alla prima visione, di fermare l’immagine quando è necessario, in modo da avere il tempo di leggere con calma. Ho cercato di rallentare i fotogrammi quanto più possibile, di più non avrei potuto fare, in quanto la durata massima del video non può superare i 10 minuti. Grazie !!!!






giovedì 17 dicembre 2009

“IL CEPPONE DI SANTA LUCIA….. a Sorrento”



Il giorno 13 Dicembre, giorno in cui ricorre la festività di Santa Lucia, sono stata a Sorrento, localita’ della costiera sorrentina da tutti conosciuta, per assistere ai festeggiamenti in onore di questa Santa nella omonima chiesetta.





Ma prima di giungere a Sorrento, abbiamo fatto tappa a Vico Equense, dove abbiamo non solo ammirato le bellezze del panorama, ma anche consumato il pranzo a base di frittura all’italiana, “assaggi” (si fa per dire) di vari tipi di pizze (almeno 6 o 7 tipi diversi), dolce a scelta fra baba’, cassata, torta caprese, torta alle fragole, delizie al limone e altre presso il mitico ristorante-pizzeria “Da Gigino, pizza a metro” (adesso chiamato anche L’UNIVERSITA’ DELLA PIZZA”.
Tutto cio’ è stato preceduto da una tombolata, dove non solo sono stati premiati i vincitori della cinquina e della tombola, ma anche tutti i partecipanti.
Qualche breve notizia su Vico EquenseLa costa di Vico Equense è tutta un susseguirsi di spiagge dal mare limpido, tutte attrezzate con le più moderne strutture della balneazione. Venendo da Castellammare si susseguono fino allo Scrajo, luogo ricco di sorgenti sulfuree dalle qualità terapeutiche, spiagge frequentatissime alle quali si legano incantevoli segmenti di costa che si protendono verso la Marina di Vico.
Dopo un tratto di mare aperto, sotto la Cattedrale gotica a strapiombo, inizia la Marina di Aequa con complessi turistici e balneari, che si conclude con la spiaggia detta delle "Calcare".
Ma ritorniamo a Sorrento e al motivo principale della giornata.
Tra le antiche tradizioni di Sorrento c’è anche quella di accendere un ceppone in occasione della festa di Santa Lucia.
Presso l’omonima chiesa parrocchiale (poco distante da Piazza Tasso), infatti, alla vigilia della festa di Santa Lucia, esiste l’usanza di accendere un rogo purificatore che si presta a molteplici significati simbolici.
Il Ceppone di Santa Lucia a Sorrento, infatti, può essere interpretato come espressione di fede ardente, come desiderio di purificare luoghi ed anime, come strumento per richiamare l’attenzione dell’intera città sulla devozione da riservare alla Santa.
Destinato ad ardere per due giorni (il 12 ed il 13 dicembre), il ceppone di Santa Lucia a Sorrento, può essere interpretato anche come una sorta di luce destinata a testimoniare le virtù taumaturgiche di Santa Lucia (protettrice della vista).
Attorno al Ceppone che ogni anno richiama migliaia di persone, in ogni caso, non fervono solo attività religiose. Sacro e profano sono i due ingredienti dell’evento che vede raccolti in silenziosa preghiera i devoti di Santa Lucia nella Chiesa del “rione sorrentino” e contemporaneamente si festeggia con allegria la ricorrenza gustando i panini con la salsiccia intorno al falò. Da ben 31 anni, infatti, si rinnova la sagra della salsiccia e della porchetta, si organizzano canti intorno al fuoco e si allestisce un suggestivo mercatino dove, tra l’altro è possibile assaggiare squisitissimi dolci appositamente preparati dalle casalinghe della frazione con finalità davvero benefiche.
Oltre a deliziare il palato di quanti decidano di acquistare le leccornie in esposizione, infatti, si può anche fare qualche opera di bene. Nel senso che il ricavato della vendita delle torte o dei dolciumi viene destinato ad azioni di beneficenza.
In un clima di sana ed euforica allegria, insomma, attorno al Ceppone di Santa Lucia a Sorrento fervono mille diverse attività.
Verso le ore 19, un po’ umidi per la pioggia che ci ha colto nell’ultima parte della giornata, abbiamo raggiunto il pulmann e siamo tornati a casa.
Qui sotto c'è un video realizzato con le foto che ho scattato in occasione di questa passeggiata fatta a Vico Equense e a Sorrento .
Buona visione!!!


giovedì 10 dicembre 2009

“…E ORA… RIDIAMO UN PO’!!!!!!!!”

Vi propongo una vecchia storiella, anche se credo che sia già conosciuta da molti di voi. Ne venni a conoscenza molti anni fa e la tenevo, scritta su un foglietto, gelosamente custodita nel portafoglio. Ricordo che in varie occasioni tiravo fuori questo foglietto, ormai un po’ logorato dal tempo, e lo leggevo provocando grandi risate in coloro che ascoltavano. Poi…. si sa come vanno queste cose e del foglietto persi le tracce, fino a quando qualche settimana fa, rovistando in un cassetto, depositario di oggetti spesso inutili, esso salta fuori e quindi scatta in me la voglia di sottoporvi questo scritto che spero faccia sorridere anche voi.










STORIA “REALE” INGLESE

Una famiglia inglese, un anno, decise di trascorrere le vacanze estive in Germania. Presero una casetta in affitto e partirono. Durante il loro soggiorno, in una delle frequenti passeggiate, i membri della famiglia notarono un’altra graziosa casetta di campagna che sembrò loro più adatta per le future vacanze estive. Informatisi chi fosse il proprietario, e saputo che era un pastore protestante, gli chiesero di mostrar loro la piccola proprietà. La casa, sia per comodità che per l’ottima posizione piacque molto ai visitatori inglesi i quali stipularono un contratto di affitto per la prossima stagione.
Al ritorno in Inghilterra discussero molto sulla piantina della casa che avevano affittato e particolarmente sull’utilizzazione dei locali, quando la signora si ricordò di non aver visto il «W.C.».
Data la precisione degli inglesi, decisero di scrivere per aver ragguagli in merito. Ciò fu fatto dalla signora nei seguenti termini:
«Gentile pastore,
sono un membro della famiglia che tempo fa visitò la sua proprietà con il proposito di affittarla per la prossima stagione. Poiché tutti ci siamo dimenticati di un piccolo dettaglio, la pregherei d’indicarci dove si trova il «W.C.».
Il pastore, non comprendendo esattamente il significato dell’abbreviazione «W.C.» e credendo si trattasse di una cappella della setta anglicana chiamata “Wesley Chappel”, rispose nei seguenti termini: “Gentile signora,
ho molto apprezzato la Vs richiesta e ho il piacere di informarvi che il luogo che vi sta tanto a cuore si trova a circa 12 km dalla casa, il che può risultare scomodo a chi è abituato ad andarci di frequenza. Chi ha l’abitudine di trattenersi molto per la funzione può tranquillamente portarsi da mangiare, in modo da poter rimanere sul luogo tutta la giornata.
Il posto si può raggiungere a piedi, in bicicletta o in macchina. E’ preferibile andarci per tempo per non disturbare gli altri. Nel locale c’è posto per 50 persone a sedere e 100 in piedi, i bambini siedono vicino agli adulti, e tutti cantano in coro. All’entrata danno un foglio di carta e chi arriva in ritardo si serve del foglio del vicino.
I fogli di carta devono essere utilizzati anche la volta successiva e per almeno un mese.
Vi sono amplificatori per i suoni affinchè si possano sentire anche all’esterno.
Tutto quello che si raccoglie viene dato ai poveri del paese.
Ci sono fotografi specializzati a fotografare i presenti in tutte le posizioni allo scopo di realizzare un album fotografico da esporre in bacheca e allo scopo di farle pubblicare sui giornali della città. Tutti potranno, così, vedere le diverse persone nel compimento di un atto tanto umano!
Io sarò lì’ tutti i giorni, mi auguro di incontrarvi e di partecipare e donare tutti insieme.
Distinti saluti”
Il Pastore Protestante

“QUANDO LA NATURA DIVENTA BIZZARRA: A CHI TANTO… E A CHI NIENTE!!!!!!!”

Guardando il telegiornale qualche settimana fa, ho ascoltato una notizia che mi ha fatto riflettere: l’inserimento nel Guinnes dei primati dell’uomo più alto del mondo. Primato detenuto, fino a poco tempo fa, da un cinese, Bao Xishun.
E allora mi sono detta: “Come può essere bizzarra la natura a volte!”
Qualche tempo fa, sempre in televisione, fu presentato l’uomo più piccolo del mondo e destò non poco successo e allo stesso tempo tenerezza e divertimento (nello “Show dei records” condotto da Barbara D’Urso), He PingPing, ufficialmente dichiarato poco tempo fa, l’uomo più piccolo del mondo.
PingPing è un ragazzo Cinese di appena 21 anni ed è il terzo figlio di una famiglia di Huade, a Nord della Cina, praticamente in Mongolia. He PingPing, ha 2 sorelle entrambe cresciute regolarmente e anche sposate. Secondo quanto raccontato dal padre, PingPing alla nascita era più piccolo del palmo di una mano. Attualmente la sua statura è di 73 cm. Quando i genitori si sono accorti che il piccolo cresceva troppo lentamente si sono rivolti ai dottori che hanno diagnosticato al paziente una “Osteogenesi Imperfetta” che intralcia la crescita delle sue ossa e, dunque, la sua stessa crescita.
Nel Gennaio del 2007 fu invitato ad una trasmissione televisiva a Tokyo e da quel momento è diventato un’icona planetaria di Internet. La cosa curiosa di tutta questa vicenda è che il paese natale di PingPing è lo stesso di Bao Xishun, il gigante che fino ad Agosto del 2007 era considerato l’uomo più alto del mondo.
I due erano entrambi presenti nella trasmissione condotta da Barbara D’Urso e affrontarono una intervista molto divertente. Anche se la D’Urso affermò che i due si erano conosciuti negli studi durante le prove, in rete si sa che l’incontro tra il gigante e la formica era già avvenuto precedentemente in un vero e proprio evento mediatico mondiale.
Negli ultimi mesi si era sparsa la voce, anche a causa di alcuni notiziari poco informati e con l’aiuto di face book, della morte del piccolo PingPing; le cause, secondo tali notiziari, sarebbero state sia la malattia che tutt’oggi lo affligge, sia il suo cattivo stile di vita, alcool, fumo e droghe leggere.


Naturalmente la notizia non è assolutamente vera e il ventunenne si è puntualmente presentato negli studi milanesi dello Show dei Record per presentare assieme a Barbare D’Urso la nuova stagione del programma di Canale 5.
L’altro, quello di cui parlavo all’inizio, invece, ironia del destino, è l’uomo più alto del mondo. In Italia pochi lo conoscono ancora. Si chiama Sultan Kosen, è nato a Mardin, nel 1983, e di mestiere fa il giocatore di Basket. Non potrebbe essere diversamente.
Per la sua incredibile statura di 242 centimetri, era considerato il più alto giocatore vivente di basket al mondo, ma in seguito ad un’operazione alle ginocchia che gli permetterà di giocare, ha raggiunto ora i 246 centimetri, diventando il più alto uomo di tutti i tempi.
Nato e cresciuto in un minuscolo sobborgo turco di 20 case, al confine con l’Iraq, Kosen venne notato da uno scout della squadra turca del Galatasaray che lo ingaggiò nonostante il giovane non avesse mai afferrato un pallone da basket prima d’allora.
Purtroppo per lui ora Kosen rischia di diventare un fenomeno da baraccone, visto che da pochissimo è stato “presentato” ufficialmente a Londra, come testimonial del Guinness World Records, che ha omologato il suo record.
Intervistato, ha spiegato che il suo “più grande sogno” è di trovare l’amore. Il giovane, di 26 anni, ha anche le mani (27,5 cm) e i piedi (36,5 cm.) più grandi del pianeta.
La statura di Kosen supera di dieci centimetri quella del cinese Bao Xishun, che misura “solo” 2,36 metri. Altri giganti pretendono di oltrepassare la taglia di Sultan Kosen, in particolare l’ucraino Leonid Stadnyk, ma il suo primato non è stato omologato dal Guinness World Records.
Sultan Kosen deve la sua altezza a una forma particolare di tumore benigno, recentemente asportatogli, che ha impedito che la sua crescita si arrestasse.

MA IL SIMBOLO DELLA @ e’ VERAMENTE COSI’ “GIOVANE”?

Ci credereste se vi dicessi che il simboletto che viene accostato agli indirizzi e-mail, la chiocciola @, ha più di 250 anni? Non sembra, vero? Ma è così e se li porta anche bene!!!!Sfogliando IL MATTINO del 12 ottobre 2009, alla pagina 24, relativa alla Cronaca di Napoli, ho trovato questa notizia a dir poco curiosa, almeno per me, e quindi ho pensato di renderla nota anche a voi, pubblicando l’articolo quasi per intero.


“LA CITTA’ DEGLI ARCHIVI”
A salita Pontenuovo tra i documenti ufficiali dal ‘500 all’Unità d’Italia spunta un segno moderno.

IL SIMBOLO DELLA E-MAIL NEI TESTI DEL 1755.

“Ecco, questi sono i documenti del ‘700. Ce ne sarebbero anche di più antichi, ma sono off limits; bruciati in parte da un incendio, aspettano il restauro”.
Gli archivisti sfilano il manoscritto antico dalle scansie ordinate e aspettano la reazione. Sono certi che arriverà. Sanno già che sarà sbalorditiva. In cima ad ogni pagina del faldone, datato 1755, c’è il simbolo della chiocciolina @, proprio quello che oggi usiamo per la posta elettronica.
Scusate – la domanda è d’obbligo – ma quella è una lettera “a” con il ricciolino? Sorridono gli archivisti. “Sì, ecco la @ napoletana del 1700”.
Incredibile! Ecco il passato che s’impossessa del futuro. La “nostra” @ non è più nostra. Appartiene ai nonni dei nostri nonni, si perde nel tempo antico e poi spunta fuori nell’archivio comunale di salita Pontenuovo, vergata a mano in un libro contabile antico.
La storia della @ è lunga ed è assolutamente incerta. Alcuni sostengono che venisse utilizzata dai mercanti come unità di misura (una @ aveva il valore di un’anfora), altri notano che sta ad indicare il giorno (addì), altri uniscono il significato recente con quello antico: @ significa “al prezzi di”. Ed è proprio con questo significato che il simbolo, nel 1884, venne introdotto per la prima volta nella tastiera di una macchina da scrivere (la Caligraph 3 Commercial model). Poi finì sui computer e, nel 1972, l’ingegnere americano Ray Tomlinson lo scelse per identificare gli indirizzi di posta elettronica per Arpanet, la rete informatica di origine militare da cui sarebbe nato il web attuale.
Lo sbalordimento per la chiocciolina del passato non cancella l’emozione del tuffo dentro l’Archivio Storico di Salita Pontenuovo. E’ la sede più elegante e rappresentativa dei quattro archivi comunali, si sviluppa su tre piani e conserva tutta la documentazione municipale antecedente l’Unità d’Italia……”

E qui l’articolo continua con la descrizione dell’Archivio e delle altre cose che vi sono custodite.
Poiché, come molti sanno sono “curiosa” del sapere, ho completato la mia ricerca ed ho trovato ancora qualche altra notizia sull’origine della @ chiocciolina.

L'ipotetica evoluzione della @ nel tempo. (da internet)
La @ nacque ai tempi di Roma antica come unione stilizzata delle lettere "a" e "d" minuscole formanti la parola ad (cioè "verso", nei moti a luogo); il simbolo era inizialmente adoperato nei testi di contabilità e in documenti simili con significato di indicazione di luogo.
Presso i mercanti veneziani la @ era un segno che rappresentava l'anfora, utilizzata allora come misura di peso e capacità La si trova in un documento commerciale del 1536.
Nel corso dei secoli i popoli anglofoni modificarono il suo significato da ad a at, e quindi da verso a presso (grammaticalmente, da moto a luogo a stato in luogo): ciò fece guadagnare alla chiocciolina alcuni nuovissimi campi in cui essere adoperata, tra cui le poste.
Beh, curiosa la notizia, no? E soprattutto inaspettata, almeno, ripeto per me!
Spero di essere stata utile con questa “notiziola” che a me è piaciuta. A volte usiamo segni, simboli senza conoscerne l’origine e, quando è possibile e ci viene dato lo spunto di farlo, ben venga!!!!!


sabato 5 dicembre 2009

VIAGGIO ATTRAVERSO “LA TERRA DEGLI ETRUSCHI” …e non solo…

Ed eccomi a rendervi partecipi di questo altro viaggetto da me effettuato nel giorno 31 ottobre e 1 novembre. Siete pronti??? E …allora…SI PARTE!!!!
Il viaggio è alla volta di Bolsena, per scoprire una parte della “TERRA DEGLI ETRUSCHI”.
E’ un viaggio all’interno delle terre, della cultura ereditata dal glorioso popolo degli Etruschi in un ambiente ancora selvaggio e incontaminato ricco di colori, sapori, suoni e profumi come in pochi luoghi si possono trovare. Si trova al centro di un importante crocevia culturale e naturalistico in uno dei contesti più belli e caratteristici d’Italia, tra Lazio, Toscana ed Umbria ed è a poca distanza dalla città dei Papi “Viterbo”.
Il Lago di Bolsena, portale di entrata della Tuscia, terra di Storia e Tradizioni millenarie viene denominato anche “il lago che si beve” grazie alle ottime condizioni di trasparenza e limpidezza della sua acqua.


Il lago di Bolsena (qualche notizia)Il Lago di Bolsena è situato nell’alto Lazio, nella caldera principale del complesso vulcanico Vulsinio. Ha forma ellittica e vi emergono due isole, Bisentina e Martana, probabili residui di crateri vulcanici ed è circondato in buona parte dalla catena dei Monti Vulsini. Alimentato principalmente da acqua piovana, ha numerosi immissari di portata modesta mentre il fiume Marta, unico emissario, nasce dal porto dell’omonimo centro abitato e sfocia nel Mar Tirreno. Sulle fertili sponde ai boschi di querce e castagni si alternano coltivazioni di vite, olivo e ortaggi. Fra le molteplici attrattive turistiche ci sono quelle di genere archeologico e culturale; sulle rive del lago si sono succedute, infatti, la civiltà Villanoviana, l’Etrusca e la Romana, mentre il periodo medioevale, non meno importante, ha lasciato segni indelebili nei piccoli centri che lo circondano. Una strada di circa 60 Km lo circonda e sia che ci si trovi a pochi metri da riva oppure distante sulle coste, il panorama che offre è sempre molto spettacolare.
Dopo gli Etruschi, i Romani e le invasioni barbariche, la chiesa e i nobili, fra i quali eccelsero i Farnese, segnarono la storia recente del comprensorio.
Nelle acque del lago i pesci sono ancora numerosi; le anguille, già note ai Romani, sono citate da Dante nella Divina Commedia. I principali pesci presenti attualmente, oltre alle citate anguille, sono: l’ottimo coregone, il luccio, il persico reale, il persico trota, la carpa, la tinca, la scardola (qui chiamata impropriamente lasca) e infine il piccolo latterino, che spesso è preda di pesci predatori e di uccelli acquatici.
Dopo Bolsena, con l’aiuto di una guida, siamo andati a visitare
La mattinata si è conclusa in un bellissimo bar, quasi in Piazza delle Erbe, con un aperitivo e poi tutti al ristorante “Al vecchio orologio” in via “Dell’ Orologio Vecchio” ( a pochi passi da Piazza delle Erbe). Nel primo pomeriggio, soddisfatti e consapevoli di aver visto qualche altra bellezza della nostra Italia, ci siamo messi in viaggio per ritornare a Napoli.P.S. Tutte le notizie storiche, riguardanti i centri visitati, ci sono state esposte dalla guida e, poiche’ non le avrei potuto ricordare nei dettagli, mi sono documentata su internet cercando di trovare proprio quelle ascoltate.
Grazie per avermi letto e viaggiato con me!!!!

Civita di Bagnoregio, denominata “la città che muore”.Storia, arte, cultura e tradizioni, sono i requisiti fondamentali di un territorio che sembra quasi essersi fermato in un passato ricco di avvenimenti. Civita di Bagnoregio è un esempio di meraviglia unico nel suo genere. Unita al mondo solo da un lungo e stretto ponte, la “Città che muore”, ormai da tempo così chiamata a causa dei lenti franamenti delle pareti di tufo, racchiude un ciuffo di case medioevali ed una popolazione di pochissime famiglie. Appoggiata dolcemente su un cucuzzolo, la cittadina sovrasta imperiosamente l’immensa vallata sottostante, offrendo così al turista un incantevole e indimenticabile scenario. Situata sulla cima di un colle tra le vallate formate dai torrenti Chiaro e Torbido, Civita appare arroccata su uno sperone di roccia sovrastando l’ ampia conca increspata dai “calanchi”.Questo isolamento é il risultato di una irrefrenabile erosione che vede lo sperone tufaceo progressivamente assottigliarsi su un sottostante strato argilloso anch’esso instabile poichè per la sua natura geologica é destinato a subire l’ azione erosiva degli agenti atmosferici che lo modellano nelle tipiche forme dei “calanchi” (piccoli bacini delimitati da creste e pinnacoli creati dall’azione dilagante della pioggia sull’argilla). Oggi Civita è un luogo incantato, dove il tempo non sembra scorrere più. La totale assenza di automobili rende l’atmosfera all’interno di Civita ancora più irreale.

Di seguito la visita di Montefiascone

Il nomeLe radici del toponimo Monte Fiascone (dovuto al fatto che si trova a 600 m s.l.d.m. e per via dell’EST! EST!! EST!!!) sono ammesse ad ammettere un Mons Faliscorum, con riferimento ai Falisci, che sarebbero approdati da queste parti dopo la distruzione dei vari centri dell’ager faliscus ad opera dei romani. C’è anche l’improbabile ipotesi di Mons Phisconis, dal nome di una popolazione di origine greca, ma ciò è soltanto una pura casualità.

La chiesa di san FlavianoL’edificio di culto principale della piccola cittadina, è la Chiesa di san Flaviano, eretta sulla strada che porta direttamente a Orvieto, risalente al XII sec. Possiamo risalire al secolo preciso, grazie al campanile romanico a vela che lo testimonia. La facciata della chiesa, è rimasta incompiuta dalla seconda metà del XIII secolo, è formato nella parte inferiore da tre arcate gotiche coronate da una loggia risalente al periodo del XVI secolo. Nell’arcata centrale si apre il portale, costruito in stile gotico, che permette l’immissione nella chiesa inferiore, formata da tre navate con tre absidi disposte ad arco. Appena si entra, sulla destra è situata la famosa pietra tombale del prelato Giovanni Fugger (vedi più sotto la leggenda). L’interno della chiesa è decorato da un capitello della penultima colonna a destra dove c’è una figura umoristica, nell’ultimo pilastro destro c’è un ciborio che risale al XIII secolo. Ci sono degli affreschi risalenti al XVI secolo che decorano le tre absidi; nella parete d’ingresso c’è la Crocifissione e Vita di Santa Caterina, che sono degli affreschi risalenti al XV secolo. Per accedere alla chiesa superiore occorre passare per una scala situata nel fondo della navata destra, anche questa è a tre navate, divise da basse colonne con archi, al centro della nave mediana si apre uno spazio rettangolare dal quale si scorge la chiesa inferiore.Storia
Sorge alle pendici del Colle Falisco, lungo la via Cassia, nel luogo in cui si ebbe il primo nucleo dell’insediamento abitativo, spostatosi poi sulla sommità dell’altura, a seguito della distruzione del borgo da parte dei Viterbesi, nel 1187. La chiesa dapprima era dedicata alla Vergine e, infatti, compare con il titolo di Santa Maria in un documento della metà del IX secolo. Successivamente prese il nome dalle reliquie del martire Flaviano, in essa custodite.Gli affreschi












Complesso ciclo di affreschi, realizzati in un arco di tempo che va dal XIV al XVI secolo e che comprendono più di una Crocifissione, le storie di San Nicola da Bari, San Michele Arcangelo, San Flaviano tra Santa Caterina d’Alessandria; compare l’Annunciazione, la scena della Natività e quella dell’Adorazione dei Magi; Cristo in trono tra San Pietro e San Paolo; i quattro Apostoli, un corteo di quattro vescovi; i resti di una Dormitio Virginis; l’immagine acefala di San Francesco; Santa Margherita d’Alessandria con un drago; le Storie della vita di Santa Caterina e quelle di Santa Faustina.
La Cappella degli Innocenti conserva affreschi cinquecenteschi tra cui “La strage degli Innocenti” in un paesaggio che ricorda quello del lago di Bolsena con uno scorcio della cittadina di Montefiascone e la chiesa di San Flaviano. Nel catino dell’abside centrale compare “Cristo benedicente tra angeli apocalittici”. Ai suoi lati si trovano San Paolo e un’altra figura identificata, con San Giovanni Battista o con San Pietro. Al di sotto si pone l’immagine di San Flaviano martire a cavallo e con il vessillo crociato.
Gli affreschi delle absidi laterali del XVI secolo mostrano il Battesimo di Cristo nel Giordano tra Santa Lucia e San Martino, una Annunciazione ed altre scene di vite di santi.

Leggenda sul vino “Est est est”Il nome di questo vino deriva da una leggenda.
Nell’anno 1111 Enrico V di Germania stava raggiungendo Roma con il suo esercito per ricevere dal papa Pasquale II la corona di Imperatore del Sacro Romano Impero. Al suo seguito si trovava anche un vescovo, Johannes Defuk (o Giovanni Fugger), intenditore di vini. Per soddisfare questa sua passione alla scoperta di nuovi sapori, il vescovo mandava il suo coppiere Martino in avanscoperta, con l’incarico di precederlo lungo la via per Roma, per assaggiare e scegliere i vini migliori.

I due avevano concordato un segnale in codice: qualora Martino avesse trovato del buon vino, avrebbe dovuto scrivere “est”, ovvero “c’è” vicino alla porta della locanda, e, se il vino era molto buono, doveva scrivere “est est”. Il servo, una volta arrivato a Montefiascone e assaggiato il vino locale, non poté in altro modo comunicare la qualità eccezionale di quel vino, decise di ripetere per tre volte il segnale convenuto e di rafforzare il messaggio con ben sei punti esclamativi: EST! EST!! EST!!! Il vescovo, arrivato in paese, condivise il giudizio del suo coppiere e prolungò la sua permanenza a Montefiascone per tre giorni. Addirittura, al termine della missione imperiale vi tornò, fermandosi fino al giorno della sua morte (avvenuta, pare, per un eccesso di bevute). Venne sepolto nella chiesa di San Flaviano, dove ancora si può leggere, sulla lapide in peperino grigio, l’iscrizione: “Per il troppo EST! qui giace morto il mio signore Johannes Defuk”. In riconoscenza dell’ospitalità il vescovo lasciò alla cittadinanza di Montefiascone un’eredità di 24.000 scudi, a condizione che ad ogni anniversario della sua morte una botticella di vino venisse versata sul sepolcro, tradizione che venne ripetuta per diversi secoli. Da questa vicenda nasce il Corteo Storico falisco e viene tratta la manifestazione “Fiera del Vino”, che si svolge ogni anno nel mese di agosto.



A fine giornata si ritorna in albergo per la cena per poi riprendere, il breve tour, l’indomani mattina alla volta di Viterbo. (2^ tappa)
Viterbo è il capoluogo dell’omonima provincia, abitualmente detta Tuscia. Conosciuta in tutto il mondo come la Città dei Papi, è situata al centro della provincia, a ridosso dei Monti Cimini fra il Lago di Vico e quello di Bolsena. Netta la differenza urbanistica fra il centro storico di stampo medioevale e la periferia caratterizzata da palazzi di concezione moderna. La città medievale nasce da una fortificazione longobarda che divideva i possessi nella Tuscia dal ducato bizantino di Roma.
Nel 1099, grazie al notevole incremento demografico, si passa dallo stato di “castrum” ad uno stato con istituzioni comunali.
Inizia in questo secolo il periodo di fioritura della città che si assicura il possesso di vari castelli e la protezione di Federico I con la quale avrà il diritto di espansione.
Nel 1172 la città di Ferento viene distrutta e il suo simbolo, la Palma, viene aggiunto al Leone di Viterbo, diventando così emblema della città.
All’inizio del XIII secolo Papa Innocenzo III cerca di costituire uno stato territoriale a Viterbo che, non essendo d’accordo, chiede aiuto all’imperatore Federico I dando così inizio alla lotta tra Guelfi e Ghibellini che durerà fino al 1250 circa.
In questo contesto storico ritroviamo le vicende della patrona di Viterbo, Santa Rosa, che si oppose ai ghibellini e all’assalto di Federico II.
Successivamente alla disfatta nei confronti di Federico II e alla vittoria interna dei Guelfi, Viterbo assume il ruolo di sede papale.
Il primo episodio che incrinerà questo equilibrio sarà l’elezione di Gregorio X, per la quale furono impiegati 3 anni: il popolo viterbese stanco dell’indecisione chiuse a chiave i cardinali (conclave: dal latino clausi cum clave), li nutrì di pane e acqua e scoperchiò il tetto lasciandoli sotto le intemperie.
L’ultima elezione papale fu nel 1281 quando il neo-eletto Martino IV decise di abbandonare Viterbo a seguito dell’’irruzione dei viterbesi durante il conclave.
Il trasferimento della sede papale ad Avignone comporterà la decadenza di Viterbo, che aveva raggiunto il massimo splendore, e la riapertura delle lotte tra fazioni interne.
Da questo momento in poi, nonostante il periodo signorile, Viterbo è legata alle sorti dello Stato Pontificio e, a seguito dell’Unità D’Italia, sarà assorbita dalla provincia di Roma e la qualifica di capoluogo le sarà riconsegnata solo nel 1927.

Il Palazzo dei Papi
Il centro di Viterbo offre numerosissime oltre che importanti opere d’arte. La più famosa è certo il Palazzo dei Papi, costruito fra il 1255 e il 1266 sul colle di San Lorenzo per proteggere il pontefice, con la celebre loggia formata in un solo lato da sette archi sorretti da esili colonnine binate che si intrecciano formando una elegante trabeazione. Dalla loggia si entra nella grande Sala del Conclave, teatro della famosa elezione di papa Clemente X (vedi sopra).
Il Duomo di San Lorenzo
Accanto al Palazzo dei Papi sorge anche il Duomo, dedicato a San Lorenzo. Il Duomo fu eretto nel corso del XII secolo sul terreno ove era sita una piccola chiesa del VII secolo dedicata a San Lorenzo, a sua volta edificata sulle rovine di un tempio pagano dedicato ad Ercole, ma la sua facciata risale solo al 1570, quando fu realizzata su disposizione dell’allora vescovo della diocesi e futuro cardinale Giovanni Francesco Gambara. Il Duomo ha subito notevoli danni durante un bombardamento della città da parte degli alleati nel 1944. Il restauro successivo ha restituito parte della struttura romanica preesistente ai rimaneggiamenti eseguiti durante il periodo barocco. Il campanile trecentesco è formato nella parte alta da strati segnati da doppie bifore e da fasce policrome orizzontali.
Lo spazio interno è articolato in tre navate separate da due file di colonne culminanti in eleganti capitelli. Il pavimento è in stile cosmatesco. Nella zona absidale della navata sinistra vi è il sepolcro di papa Clemente IV e poco distante è sita una pregevole tavola del XII secolo raffigurante la Madonna della Carbonara di stile bizantino. La leggenda dice che nella chiesa sia stato sepolto anche papa Alessandro IV ma che la sua salma sia stata spostata successivamente in luogo segreto, ma sempre nella chiesa, per sottrarla a violazioni da parte dei suoi nemici.
La città medievale
Poco distante da piazza del Duomo si estende il vecchio quartiere medievale, conservato quasi integro, di San Pellegrino: qui si incontrano numerose case dotate di profferlo, la scala a vista tipica dell’architettura viterbese. Interessante anche la piazza del Plebiscito, meglio conosciuta dai Viterbesi come “Piazza del Comune” dove hanno sede il Municipio e la Prefettura. A lato del Corso, la chiesa di Santa Rosa, edificata su una piccola altura accanto alla casa della patrona di Viterbo.
Particolari della città sono anche le numerose gallerie sotterranee scavate nel tufo, che mettono in comunicazione gran parte degli edifici del centro storico. Oggi sono utilizzate come cantine; sono state utilizzate ancora nella seconda guerra mondiale come rifugio della popolazione durante i bombardamenti aerei che colpirono duramente la città nel 1943-44.
Da non dimenticare infine il grandioso Presepe, oggi presso il Museo Civico, opera del pittore viterbese del XV secolo Antonio del Massaro, detto il Pastura.



domenica 22 novembre 2009

"LE ILLUSIONI OTTICHE" Giochiamoci...un po'

Che cosa è un’illusione ottica?
Spesso vediamo su riviste e giornali alcuni “giochini” di illusioni ottiche, ma cosa sono in realtà?
Le illusioni ottiche consistono in fenomeni per cui le sensazioni visive generano, in determinate circostanze, delle false interpretazioni delle dimensioni, forme o colori di particolari figure e oggetti. La più comune illusione ottica è quella prospettica, in base alla quale è possibile ricavare da una figura in due dimensioni il senso della profondità.
Tale illusione si basa sul fatto che nella realtà gli oggetti più distanti appaiono rimpiccioliti e che quindi un oggetto rimpicciolito, in opportune condizioni, provoca la sensazione della lontananza. In molti casi il realizzarsi di particolari circostanze altera i normali processi di percezione, dando origine al fenomeno dell’ illusione ottica.
Consideriamo, ad esempio, uno stesso quadrato bianco, una prima volta disposto al centro di un quadrato scuro molto più grande e una seconda volta semplicemente bordato di scuro: nel primo caso il quadrato bianco appare più piccolo che nel secondo.
La spiegazione del fenomeno risiede nel fatto che nell’immagine della figura che l’occhio forma sulla retina, il quadrato scuro esterno, nel primo caso, oscura il bordo del quadrato bianco interno il quale, pertanto, appare di dimensioni ridotte. Fenomeni analoghi al precedente si possono dare in molte altre condizioni, anche con figure variamente colorate; in questo ultimo caso possono verificarsi illusioni ottiche che falsano il tono dei diversi colori.
Affinchè l’immagine venga ricostruita correttamente dal cervello, l’osservatore deve occupare una posizione specifica; gli occhi osservano e il cervello rielabora le immagini. Ma la realtà non è come ci appare, è l’arte dell’illusione ottica a farla apparire reale. Uno dei motivi del fascino delle illusioni ottiche è la loro capacità di aprirci una porta su mondi concepibili eppure assurdi e allo stesso tempo di ricordarci che non tutto quello che possiamo immaginare o che ci sembra reale lo è necessariamente. Eccovi qualche esempio in foto e su video.














Coniglio o Papera?











Due facce o una?



Due giovani o due vecchi?











I DUE CERCHI ARANCIONI CENTRALI HANNO LO STESSO DIAMETRO













Il libro di Mach. Vediamo un libro aperto verso di noi o il suo dorso?



Queste solo alcune delle illusioni ottiche, altre ne troverete nei due video sottostanti.








domenica 4 ottobre 2009

ALLA SCOPERTA DEL ...BAROCCO SICILIANO

In Sicilia c’ero già stata anni fa: una volta a Palermo (partendo da Napoli sempre in nave) e un’altra volta dalla Calabria (Tropea) dove sono andata in vacanza per diversi anni. In una di queste vacanze pensammo di recarci per qualche giorno anche in Sicilia e precisamente a Messina, Taormina e Catania. Adesso, a distanza di parecchi anni abbiamo deciso di andare a visitare un’altra zona della Sicilia e precisamente Noto, Siracusa, Ragusa e dintorni. Ci siamo imbarcati a Napoli, la sera di venerdì 11 settembre, alla volta di Catania per imbarcarci di nuovo per il ritorno la sera di martedì 16 settembre. Trascorrere la notte sulla nave, in cabina, è stata una esperienza diversa, perché la prima volta avevamo fatto il viaggio di giorno. Ma torniamo al viaggio….da Catania abbiamo raggiunto la cittadina di Noto, dove avevamo prenotato l’albergo con l’intenzione poi di spostarci nei dintorni. E così è stato!!!NOTO: Cittadina barocca, chiamata anche “città di pietra” così come fu definita dal critico d’arte Cesare Brandi, verso la fine degli anni ’70. La nuova Noto fu costruita sul colle Meti, a circa 8 Miglia dalla preesistente città millenaria distrutta dal terribile terremoto del 1693. Architetti e scalpellini realizzarono nel tenero calcare color miele splendide chiese e maestosi palazzi nobiliari e sfruttarono la pendenza naturale del colle per ottenere effetti teatrali. Il territorio di Noto è di significativa importanza a livello naturalistico tanto che comprende ben due Riserve Naturali che, insieme alle caratteristiche storiche, hanno permesso alla città di far parte del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Una di esse è “La Riserva Naturale Orientata - Oasi faunistica di Vendicari, che ho anche visitato. Costituita da una stretta striscia di terra lungo la fascia costiera che va da Noto a Pachino, la Riserva Naturale di Vendicari è una vera e propria oasi di pace e ristoro per molte specie di uccelli, ma anche per l’uomo stanco del caos della città. La vegetazione sommersa, la microfauna, le particolari condizioni di salinità fanno di questi luoghi un’area prediletta dall’avifauna migratoria. La riserva di Vendicari è considerata, infatti, “l’albergo degli uccelli”.
Un cospicuo patrimonio artistico ha permesso a Noto di essere denominata la “Capitale del Barocco”.
Per quanto riguarda le bellezze da visitare ho cercato di fotografare i posti più belli e ho messo le foto raccolte in un video che dopo guarderete.
La più maestosa e movimentata piazza di Noto è senza dubbio Piazza del Municipio, delimitata da un lato dalla Cattedrale e dall’altro dal Palazzo Ducezio. Questa piazza, come altre, si apre lungo il corso Vittorio Emanuele, sede di molte chiese importanti e palazzi signorili altrettanto importanti.
La Cattedrale, la cui maestosa costruzione, iniziata nei primi del ‘700, è stata terminata nel 1776 e rimaneggiata nei secoli successivi. Nel 1996, purtroppo, il cedimento di uno dei pilastri causò il crollo della navata centrale, di quella destra, del transetto destro, dell’arco trionfale e, per ultima, della splendida cupola. Non ci furono vittime, ma uno dei monumenti religiosi più belli di Noto fu completamente deturpato fino al giugno 2007 quando ebbero termine i lavori di restauro (furono usati gli stessi materiali usati nel ‘700 e tecniche antisismiche per renderla più sicura )e la chiesa fu riaperta al pubblico.
Palazzo Ducezio, oggi elegante sede municipale, fu eretto intorno alla metà del XVIII secolo ed è cinto su tre lati da un porticato classicheggiante dalla linea curva, un trionfo di colonne sormontato da una balaustra con colonnine. Il piano superiore fu aggiunto intorno agli anni ’50.
Il palazzo è in stile neoclassico e, durante il periodo in cui Noto era sede di grandi casati nobiliari e cardinalizi, fu il palazzo dove si ricevevano le delegazioni estere. Per questo motivo al suo interno ha un salone di rappresentanza chiamato “Sala degli Specchi”, in stile luigi XV, ricco di ori e stucchi.
Sempre lungo questa strada, Corso Vittorio Emanuele, si apre un’altra piazza , piazza XVI Maggio, dove compare, sul lato sinistro, l’elegante costruzione del Teatro Comunale intitolato a Vittorio Emanuele III inaugurato nel 1870.
Dopo il terremoto del 1693, che distrusse la vecchia Noto, la città venne ricostruita in tempi record, ma mancava un teatro per soddisfare le esigenze culturali ed artistiche dei cittadini. L’edificio, un saggio architettonico della Noto neoclassica, è opera di artisti netini (così si chiamano gli abitanti…l’ho scoperto sul posto).
La facciata, che si sviluppa su due piani con finestre, presenta sul prospetto la statua di Euterpe, musa della lirica e altre statue simboliche di stile liberty. All’interno un’ampia sala che include tre ordini di palchi e una piccola galleria. Il teatro è tuttora attivo e luogo di rappresentazioni.
Sul lato destro di Corso Vittorio Emanuele si trova Palazzo Nicolaci da cui prende nome la via che lo costeggia. E’ una abitazione nobiliare di grande prestigio risalente ai primi del ‘700. Presenta delle particolarissime mensole con figure grottesche di sirene, centauri, ippogrifi che sorreggono i balconi barocchi in ferro battuto. Dal portone principale si accede al cortile interno verso il quale sono rivolte tutte le sale dell’edificio e dal quale sale la scala che porta agli appartamenti tutti affrescati e con pavimenti maiolicati. Da vedere il “Salone Rosso” o “Salone delle Feste” con un soffitto riccamente decorato con un affresco raffigurante “Il carro del Dio Apollo”.
Ogni anno, la terza domenica di maggio, in via Nicolaci, viene allestita da artisti locali “L’infiorata del saluto alla Primavera”. E’ un bellissimo tappeto policromo di fiori con disegni di ispirazione religiosa o mitologica.
Il tappeto blu sul quale poggiano i fiori per le magnifiche creazioni, nei giorni in cui ci sono stata io, era ancora presente, come potrete vedere dalla foto del video.
Il Corso Vittorio Emanuele ha inizio all’Arco di Porta Reale, adiacente alla bella Villa Comunale detta anche “La Flora” per la ricchezza botanica dei suoi giardini. Fra le molte specie arboree sono disposti anche i busti dei personaggi illustri nativi della zona, una splendida fontana e due caratteristici chioschetti in stile liberty i cui tavolini, in diverse sere, abbiamo occupato gustando specialità del luogo (cassatine, cannoli, granite, latte di mandorla fatto con mandorle di Avola).
Porta Reale, l’arco di trionfo, fu costruito nel 1838 quando Ferdinando II di Borbone si recò in visita a Noto.
Il materiale con cui fu costruita la Porta è lo stesso di tutti gli altri Monumenti di Noto: una pietra locale di origine calcarea bianco-rosata che al tramonto assume una brillante colorazione dorata da sembrare illuminata.
Oltre alla Cattedrale esiste un numero considerevole di altre chiese, tutte molto artistiche e quasi tutte situate sul Corso Vittorio Emanuele o nelle immediate vicinanze: la chiesa di San Francesco, la chiesa di Santa Chiara, la Basilica del SS. Salvatore, la chiesa di San Carlo, la chiesa di San Domenico, la chiesa del Carmine.
A pochissimi chilometri dalla cittadina si trova una antica VILLA detta DEL TELLARO, così chiamata perché in prossimità del fiume omonimo.
Venuta alla luce nel corso di alcuni scavi effettuati nel 1971 in prossimità del fiume Tellaro e risalente al IV sec. d.c., essa fu distrutta da un incendio, forse in seguito alla calata dei barbari. Sullo strato di macerie e cenere, venne costruita, nel 1700, una masseria che seppellì lo splendido lavoro a mosaico. La villa si sviluppa intorno ad un gran peristilio quadrato circondato da un portico su cui si affacciano vari ambienti con straordinari pavimenti a mosaico di una cromaticità molto intensa.
SIRACUSA: Sia geograficamente che storicamente Siracusa si divide in due aree distinte: da un lato l’isola dell’Ortigia, che ospitò i primi insediamenti umani e sulla quale si rintracciano le pagine più antiche della storia siracusana, dall’altro la città moderna, con la sua ricchezza architettonica, artistica, culturale.
L’Ortigia, collegata alla terraferma dal Ponte Umbertino, si presenta come la zona più caratteristica di Siracusa sia per la sua bellezza naturale sia per la ricchezza architettonica che le vicende storiche hanno permesso di conservare sulla sua area.
Dalla Fonte Aretusa, situata all’Ortigia, si segue il percorso del lungomare Alfeo o della via del Castello Maniace e, superata la Piazza Federico di Svevia, si raggiunge il castello. La fortezza, che deve il suo nome al capitano bizantino Giorgio Maniace, fu costruita per volere dell’imperatore svevo Federico II e rivestì varie funzioni: di residenza reale, di prigione, di caserma. A pianta quadrata, e munito agli angoli di quattro possenti torri difensive cilindriche che davano accesso al terrazzamento superiore, l’edificio è separato dalla terraferma da un ampio fossato.
La Fonte Aretusa costituisce uno dei luoghi più celebrati e visitati dell’isola di Ortigia e di Siracusa. Il bacino è coronato da un’ampia terrazza sopraelevata che si affaccia sul panorama dell’insenatura del Porto Grande offrendo una veduta indimenticabile. Di origini antichissime (la cita già Cicerone), la Fonte Aretusa è in qualche modo il simbolo del forte legame tra Siracusa e il mondo greco, collegandosi direttamente al mito di Aretusa e Alfeo. Il racconto mitologico, particolarmente noto perché narrato dal poeta latino Ovidio, narra che la ninfa Aretusa fu trasformata da Artemide in una fonte per sfuggire agli amori di Alfeo, il quale, però, invece di darsi per vinto, inseguì la bella ninfa dalla Grecia fino a Siracusa, dove scaturì sotto forma di fiume per unirsi a lei con le proprie acque.
Edificato nella parte più alta di Ortigia, il Duomo di Siracusa sorge sui resti dell’antico tempio dorico dedicato ad Athena, fatto costruire nel V secolo a.c. dal tiranno Gelone.
Divenuto cattedrale ai tempi del vescovo Zosimo, il Duomo di Siracusa e’ frutto di una sovrapposizione di stili avvenuta nel corso del secoli. L’interno e’ a tre navate; lungo la navata di destra si aprono alcune cappelle: quella del Battistero, quella di Santa Lucia, dove si conserva la statua della santa patrona della citta’, la cappella del Sacramento, la cappella del Crocefisso, con una tavola raffigurante San Zosimo. Nel presbiterio si trova l’altare barocco opera di Giovanni Vermezio (1659), la cui mensa e’ un monolite proveniente dal tempio di Atena. Il pavimento policromo e’ del XV secolo, mentre il campanile fu edificato nel secolo successivo. Dopo il sisma del 1693 la facciata venne riprogettata da Andrea Palma.
Un’altra parte della città di Siracusa da visitare è il Parco archeologico della Neapolis e il Teatro greco, realizzato tra il 1952 e il 1955. Esso riunisce i principali monumenti greci e romani ed è diviso in due sezioni: da una parte l’anfiteatro romano e l’ara di Ierone, mentre dall’altra il teatro greco, il Santuario di Apollo, le latomie del Paradiso. Ancora da vedere è la grotta del Ninfeo , l’orecchio di Dionisio, la grotta dei Cordari e la presunta tomba di Archimede.
Il viaggio prosegue alla volta di un piccolo angolo di Sicilia, CAVA D’ISPICA, affascinante e misteriosa vallata dell’illustre città della contea di Modica.


Tra le pagine della storia di luoghi che affondano le proprie radici lontano nei millenni, c’è quella del vecchio Mulino ad acqua - Museo “Cavallo D ‘Ispica”.
Qui sembra che il tempo, infrangendo per una volta l’eterna regola del “panta rei” (tutto passa), si sia fermato in uno spaccato di vita comune, con la capacità quasi paradossale di unire modi e costumi diversi, figli di secoli vicini, ma al tempo stesso lontani di parecchie generazioni.
E’ la storia di una famiglia ma anche quella di un’epoca che conserva gelosamente, ancora oggi, valori e tradizioni, dentro oasi di ambienti di vita sfuggite alle metamorfosi dei tempi.
Il Mulino ad acqua - Museo “Cavallo D’Ispica” non è soltanto un suggestivo mulino ad acqua, né solo un museo; è un quadretto di vita familiare e sociale, rubato al treno del progresso che corre veloce, spesso facendo macerie del proprio passato. Qui si raccontano non a parole, ma vestendo gli stessi abiti vecchi di tre secoli, sentimenti, fatiche, vecchi mestieri, realtà dove l’ingegnosità e l’operosità dell’uomo gridavano forte la propria voce.
L’abitacolo del mugnaio, l’angolo degli attrezzi, la lavanderia, la stalla ed il fienile, la botte e le cascate, la camera dell’acqua, la stanza delle macine, sono tutti ambienti che repertano nel grande libro della storia, la fotografia di un passato in cui si colgono sentimenti ed emozioni tra le regole di vecchie leggi di vita.
RAGUSA IBLA: costituisce con i suoi ricordi medioevali e gli eleganti palazzi barocchi un quartiere di Ragusa, ricchissimo di fascino e di storia.
Le sue origini risalgono al primo periodo siculo e sembra che sia con molta probabilità l’erede di Hybla Haerea, un aggregato di villaggi siculi che venne in contatto con le popolazioni greche e romane e che raggiunse una certa importanza nel periodo bizantino, quando la città fu munita di un castello.
Molto importante da visitare è il duomo di San Giorgio che si erge maestoso nel cuore di Ragusa Ibla.
Antica chiesa madre della città prima del 1693, sorgeva all’estremità est dell’abitato, nei pressi dell’attuale Giardino Ibleo, dove si trova ancora il grande portale quattrocentesco, di stile gotico-catalano, unica vestigia rimasta dell’antico tempio. (Portale di San Giorgio)
La chiesa fu gravemente danneggiata dal terremoto e restarono in piedi parte della facciata, alcune cappelle e parte della Cappella Maggiore, per cui venne costruito un ampio locale adiacente alla navata sinistra del vecchio tempio, in cui poter svolgere le funzioni. Nel secondo quarto del secolo XVIII, si decise di trasferire la chiesa nel sito della vecchia chiesa di S. Nicola, che fino al secolo XVI era stata la parrocchia dei fedeli di rito greco e successivamente, passata al rito latino, era divenuta “chiesa sacramentale” di S. Giorgio.
Inoltre caratteristico è il giro che si fa con il trenino itinerante, a bordo del quale c’è anche una guida. Esso attraversa le strette stradine del centro, da dove si possono ammirare sia il panorama che i luoghi più reconditi, ma altrettanto caratteristici.

Eccoci alla fine del viaggio e purtroppo si torna a casa, ma con un ”qualcosa in più”, sia culturalmente, sia interiormente, sia emotivamente. L’arricchimento deriva dall’aver potuto godere della vista di così tanti bei luoghi; tutto ciò, quindi, fa bene allo spirito e alla mente.
Qui sotto c’è un video in cui ho cercato di raccogliere, attraverso foto da me scattate, i diversi luoghi sopra descritti.
Alcune notizie del testo, quelle più specifiche, sono state attinte dalla guida (che sempre compriamo quando visitiamo un posto nuovo) e rielaborate.
Grazie, buona visione e buon viaggio…..virtuale!!!!!